Siamo a tua disposizione

Con oltre 10 anni di esperienza, possiamo offrire ottimi risultati per il tuo business online, senza costi o impegni aggiuntivi.

Andrea Azzarello, BIAS & Games

Andrea Azzarello e ciò che precede la costruzione di un nuovo modello di prevenzione nel gioco fisico

Dall’analisi dei dati alla nascita di una startup innovativa orientata all’impatto sociale

All’interno della rubrica BeforeTalk, il racconto si concentra sulla fase che precede la definizione di un progetto imprenditoriale, mettendo in luce i passaggi meno visibili che contribuiscono a trasformare intuizioni, competenze ed esperienze in una nuova direzione professionale.

Roma – Il percorso di Andrea Azzarello prende forma attraverso una formazione orientata alla gestione, all’analisi e alla lettura dei processi aziendali. Dopo gli studi in Ingegneria Gestionale presso l’Università degli Studi di Palermo e un Master Stogea in Amministrazione, finanza e controllo di gestione, la sua esperienza professionale si sviluppa in contesti in cui dati, strategie commerciali e comprensione dei comportamenti diventano strumenti centrali per supportare decisioni e sviluppo.

Le esperienze precedenti e la costruzione di un metodo analitico

Prima della fondazione di BIAS & Games, Andrea Azzarello attraversa diverse esperienze in ambito business analysis, sales strategy e sviluppo commerciale. Il lavoro in realtà strutturate come Johnson & Johnson, Terzia Spa e HRA Pharma contribuisce a consolidare un approccio fondato sull’osservazione dei dati e sulla capacità di trasformare le informazioni in indicazioni operative. Questa fase permette di costruire una visione trasversale, che nel percorso successivo diventa la base per affrontare un tema diverso dal contesto aziendale tradizionale, ma profondamente legato alla capacità di riconoscere segnali ricorrenti.

La nascita di BIAS & Games

BIAS & Games nasce da un’intuizione precisa: osservare ciò che normalmente viene scartato per ricavare segnali utili alla prevenzione precoce del Disturbo da Gioco d’Azzardo nel canale del gioco fisico. La startup innovativa e Società Benefit sta sviluppando un nuovo sistema di osservazione dei comportamenti di gioco partendo dall’analisi dei Gratta e Vinci abbandonati dai giocatori.

Il progetto si fonda sull’idea che alcuni errori possano rappresentare molto più di una semplice distrazione. Se letti in modo strutturato, i tagliandi scartati possono restituire informazioni preziose su comportamenti ripetitivi e dinamiche problematiche legate al gioco. In questo passaggio si inserisce il valore distintivo di BIAS & Games: trasformare uno scarto fisico in un dato anonimo e aggregato, utile per far emergere segnali che altrimenti resterebbero invisibili.

L’analisi dei Gratta e Vinci scartati

Il lavoro condotto dalla startup ha portato all’analisi di oltre 52.000 tagliandi, tra cui sono state individuate 380 vincite non riscosse. Questi casi sono stati interpretati come segnali di errore commesso dal giocatore e hanno aperto una nuova prospettiva sull’osservazione del comportamento nel gioco fisico.

L’analisi ha mostrato che, in molti casi, gli errori non apparivano isolati o casuali, ma presentavano pattern ricorrenti riconducibili a uno stesso giocatore. Attraverso la clusterizzazione dei tagliandi, BIAS & Games ha raggruppato quelli erroneamente scartati e ha verificato il risultato con gli esercenti. Nel campione analizzato, gli esercenti hanno riconosciuto le mani che avevano generato quegli errori e hanno confermato che si trattava di persone con un atteggiamento problematico rispetto al gioco. In alcuni casi, gli stessi esercenti hanno mostrato la disponibilità ad aprire un dialogo con il giocatore, orientandolo verso un possibile percorso di recupero.

Dallo scarto al dato sociale

BIAS & Games lavora per trasformare informazioni disperse insieme ai tagliandi buttati via in dati anonimi e aggregati, capaci di supportare i servizi territoriali nell’attivazione di interventi più tempestivi, mirati e ad alto impatto sociale. La forza del progetto risiede nella capacità di rendere leggibile un fenomeno che spesso rimane sommerso, partendo da segnali raccolti nei luoghi in cui il comportamento di gioco si manifesta realmente.

La fondazione di BIAS & Games rappresenta così l’evoluzione naturale di un percorso costruito attraverso analisi, sviluppo commerciale e lettura dei comportamenti. Andrea Azzarello porta nel progetto una visione maturata in ambiti diversi, trasformando competenze manageriali in uno strumento orientato alla prevenzione e all’impatto sociale.

Vismarcorp riconosce in Andrea Azzarello un percorso in cui esperienza analitica, visione imprenditoriale e attenzione al valore sociale contribuiscono alla costruzione di un progetto innovativo, capace di trasformare uno scarto in una nuova possibilità di osservazione e intervento.

Di seguito l’intervista.

 

  1. All’inizio del tuo percorso, c’è stato un momento in cui hai messo in dubbio la scelta di andare avanti e cosa ti ha spinto a continuare?

“Sì, c’è stato. E non è stato tanto un dubbio sulla validità dell’idea, quanto su di me, sulla mia capacità di scegliere bene le persone, di farmi rappresentare nel modo giusto e di proteggere il progetto nei passaggi decisivi.

Il momento più difficile è stato nel 2024, quando ho avuto l’occasione di presentare BIAS & Games all’associazione di categoria più importante del settore. Era un incontro che, almeno nella mia testa, poteva segnare una svolta. Ci sono arrivato però in un periodo emotivamente molto complicato: nei mesi precedenti avevo perso entrambi i miei genitori e probabilmente non ero lucido come avrei dovuto.

In quella fase mi sono affidato troppo a una persona che non era adatta a rappresentare né me né il progetto. Il pitch fu rivisto completamente e consegnato praticamente il giorno prima. Il risultato fu un incontro molto lontano da quello che avrebbe potuto essere. Per me fu una botta enorme, perché non fallì solo una presentazione: sentii di aver sbagliato giudizio, di aver delegato male, di non aver difeso abbastanza qualcosa in cui credevo profondamente.

Quello è stato il punto in cui ho davvero pensato: forse non sono capace di portarlo avanti.

Poi però, proprio da lì, è iniziato un passaggio diverso. Ho smesso di cercare scorciatoie, ho rimesso ordine, ho ripreso in mano il racconto del progetto e soprattutto ho capito che non potevo più farmi trascinare da urgenze, pressioni o persone non allineate. La spinta a continuare è venuta dal rendermi conto che l’errore non metteva in discussione la scoperta, ma il modo in cui la stavo proteggendo. È stato doloroso, ma anche molto formativo.”

 

  1. Quali sono state le difficoltà più significative che hai incontrato prima di raggiungere una stabilità professionale o imprenditoriale?

“Una delle difficoltà più grandi è stata lo standing. O, meglio, la mancanza di standing percepito.

Quando hai una scoperta forte ma sei ancora all’inizio, senza una grande struttura alle spalle, senza capitali importanti, senza un marchio già riconosciuto, ti accorgi che non basta avere ragione. Devi anche riuscire a farti ascoltare nel modo giusto, dalle persone giuste, nel momento giusto.

Nel mio percorso questa cosa ha pesato molto. Mi sono trovato spesso davanti a interlocutori che intuivano il valore del progetto, ma allo stesso tempo facevano fatica a collocarlo: non era solo una startup tecnologica, non era solo un progetto sociale, non era solo un’iniziativa sanitaria, non era solo economia circolare. Era un po’ tutte queste cose insieme. E quando un progetto non entra facilmente in una casella, la prima reazione di molti è prenderne le distanze o rimandare.

La difficoltà è stata imparare a reggere questa fase senza snaturare il progetto. All’inizio provavo a spiegare tutto, a convincere tutti, a rincorrere ogni porta semiaperta. Oggi non direi di aver raggiunto chissà quale stabilità, però ho imparato a distinguere meglio chi è davvero in grado di capire il progetto da chi semplicemente lo trova interessante. È una differenza enorme.

Non so se oggi posso dire di aver raggiunto una vera stabilità. Però sicuramente ho imparato a muovermi meglio: scelgo con più attenzione le persone, do meno peso agli entusiasmi di facciata e cerco di non farmi più guidare solo dall’urgenza di dimostrare qualcosa.”

 

  1. In che modo l’incertezza e il rischio hanno influito sul tuo modo di prendere decisioni nei primi anni?

“Il rischio, paradossalmente, l’ho vissuto meno dell’incertezza.

Io ho sempre avuto una convinzione molto forte: quella di aver individuato qualcosa di reale, semplice da osservare ma potenzialmente molto rilevante. Non ho mai avuto davvero paura che l’intuizione fosse sbagliata. Il rischio, per me, non era tanto nel “se funziona”, ma nel “riusciremo a farlo accadere?”.

L’incertezza è stata tutta lì: nei tempi, nelle risorse, nella capacità di arrivare al tavolo giusto prima di finire energie, soldi o credibilità. Un conto è avere una scoperta, un altro è trasformarla in un progetto industriale, sanitario, istituzionale e sostenibile.

All’inizio questa incertezza mi portava a voler accelerare tutto. Cercavo conferme veloci, incontri decisivi, passaggi risolutivi. Poi ho capito che alcuni progetti, soprattutto quelli che toccano salute pubblica, regolazione, filiere industriali e comportamenti sociali, non si costruiscono con la sola velocità. Serve ritmo, ma serve anche struttura.

Oggi provo a decidere meno sull’urgenza e più sulla coerenza. Mi chiedo: questa scelta ci avvicina davvero al modello che vogliamo costruire, o ci dà solo l’impressione di muoverci? È una domanda che mi ha aiutato molto.”

 

  1. Guardando indietro, quanto hanno inciso gli errori o i momenti di fatica nel costruire il tuo modo di lavorare oggi?

“Hanno inciso moltissimo. Probabilmente più dei momenti positivi.

L’errore più grande che riconosco è aver inseguito tante volte il risultato “prima possibile”, nel tempo ho imparato a lavorare di più sul risultato “meglio possibile”. Non nel senso di diventare perfezionista, perché anche quello può essere un alibi per l’immobilismo, ma nel senso di costruire basi più solide prima di esporsi nei passaggi importanti.

Oggi tendo a ragionare in modo diverso. Prima mi chiedo quale sia il perimetro corretto, chi debba essere coinvolto, quali rischi stiamo aprendo, quale messaggio stiamo dando all’esterno. Ho imparato che in un progetto come BIAS & Games il modo in cui arrivi a un risultato conta quasi quanto il risultato stesso.

I momenti di fatica mi hanno anche insegnato a non confondere l’energia con la direzione. Puoi lavorare tantissimo e comunque muoverti male. Oggi provo a essere più selettivo: meno incontri inutili, meno entusiasmo dispersivo, più attenzione alle persone, ai passaggi istituzionali e alla qualità delle alleanze.”

 

  1. C’è stato un passaggio particolare in cui hai capito che il percorso stava cambiando direzione, anche senza avere certezze immediate?

“Sì, il passaggio con la Regione Lazio e il Ministero della Salute è stato molto importante.

Fino a un certo punto BIAS & Games era percepita soprattutto come una mia intuizione, un brevetto, una startup, un progetto da spiegare. Quando invece il confronto ha iniziato a spostarsi su una possibile cabina di regia istituzionale, un primo confronto a 3 attori perfettamente allineati su obiettivi e metodologia, sulla costruzione di un protocollo, di una sperimentazione territoriale, ho capito che stavamo entrando in una fase diversa.

Non avevamo ancora certezze e in parte non le abbiamo nemmeno oggi. Però era cambiata la natura della conversazione. Non si parlava più soltanto di “bella idea” o di “tecnologia interessante”, ma di come un progetto del genere potesse essere inserito in un percorso pubblico di prevenzione, con Ministero, Regione, filiera del gioco e servizi territoriali.

Per me quello è stato un segnale forte. Ho capito che il progetto, se fosse cresciuto nel modo giusto, poteva smettere di essere solo un’iniziativa imprenditoriale e diventare uno strumento utile per leggere un fenomeno sociale che oggi resta in gran parte invisibile.

La direzione è cambiata lì: da progetto da validare a progetto da governare.”

 

  1. Che messaggio ti sentiresti di condividere con chi si trova oggi in quella fase iniziale, fatta di dubbi e scelte ancora aperte?

“Direi di non confondere i dubbi con un segnale di fallimento. I dubbi fanno parte del percorso, soprattutto quando stai provando a costruire qualcosa che non ha ancora una forma riconosciuta.

Quello che conta è capire se il dubbio riguarda davvero la sostanza del progetto o solo la fatica di portarlo avanti. Sono due cose molto diverse. Se hai la sensazione profonda di aver visto qualcosa che può produrre un cambiamento positivo, allora devi proteggere quella intuizione, anche quando intorno non è ancora chiara agli altri.

Questo non significa andare avanti a testa bassa sempre e comunque. Significa saper cambiare strada senza tradire il punto di partenza. Significa imparare dagli errori, scegliere meglio le persone, accettare che alcune porte si chiudano e che altre si aprano solo molto più avanti.

Lungo il cammino ci saranno momenti in cui ti sembrerà di essere completamente solo. Poi, spesso, arriva una persona, un incontro, una frase, un segnale istituzionale o professionale che ti restituisce energia. A me è successo tante volte.

Il mio consiglio è questo: non abbiate fretta di sembrare solidi. Lavorate per diventarlo davvero.”

 

Ringraziamo Andrea Azzarello per aver condiviso la fase iniziale del suo percorso e rinnoviamo il nostro apprezzamento per il contributo che offre nel raccontare ciò che precede la costruzione di un progetto imprenditoriale orientato alla prevenzione e all’impatto sociale.